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tazebao di cinema tedesco e faccende berlinesi.

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Se lo spaghetti western nostrano ebbe un solo pioniere (Leone), un manipolo di maestri e molte, moltissime anime, lo stesso non si può dire del western tedesco degli anni Sessanta e Settanta, la cui unica fonte di ispirazione fu lo scrittore Karl May, re incontrastato della letteratura germanofona “minore” dalla fine del diciannovesimo secolo in poi. Al ripescaggio cinematografico dei testi di May avvenuto nella Repubblica Federale Tedesca nei primi anni Sessanta – grazie a registi come Harald Reinl – la “seconda Germania” rispose per le rime a cominciare dal 1966. Bandito dagli scaffali per via della sua fama sfruttata dalla propaganda nazista, il “decadente” romanziere May, buttato dalla finestra, si riaffacciò quatto quatto passando dalla porta del cinema “statale”. Merito della popolare scrittrice Liselotte Welskopf-Henrich e della sua serie di romanzi per ragazzi, palesemente – ma non ufficialmente – ispirata all’universo avventuroso e ingenuo di May. È sua la sceneggiatura del primo western prodotto dalla DEFA, l’Istituto Luce della DDR. Die Söhne der Großen Bärin (1966), il cui titolo si rifà alla serie scritta da Welskopf-Henrich, ebbe un successo immediato e portò ben nove milioni di tedeschi orientali alle casse dei cinema. Diretta da Josef Mach, la pellicola lanciò un divo destinato a dare filo da torcere al Pierre Brice / Winnetou della RFT: il capo indiano interpretato da Gojko Mitić, già apparso in altri film Kraut-Western sebbene in parti minori.
La trama del film è ambientata tra gli indiani Mattotaupa, ed è una classica vicenda di amicizia, tradimento e maledetta fame dell’oro. La caratteristica saliente di questo film, come di tutti i successivi Indianerfilme prodotti dalla DEFA, è la pressoché totale assenza di personaggi positivi dalla pelle bianca. Il focus è decisamente nativo americano, e gli americani “immigrati”, quelli celebrati dai film di John Ford, appaiono come macchiette crudeli e inaffidabili, abbrutite dalle illusioni del capitalismo. Col suo sguardo utopico e socialista in senso (molto) lato, Die Söhne der Großen Bärin funse da rilettura filologicamente corretta del Karl May più anziano, l’uomo che, lasciate alle spalle le ciarlatanerie che lo avevano condotto a un successo insperato, cominciò a girare per il mondo predicando pace, amore e una bizzarra convergenza culturale indiano-tedesca. Nel vedere un film come quello di Mach, con gli indiani che parlano un tedesco cristallino e seguono, grosso modo, le linee emanate dal quindicesimo Congresso della SED (1963), non stupisce che l’allora segretario del partito Walter Ulbricht si sia preso la briga di analizzarne i contenuti e l’effetto sulla gente, in particolare i giovani, che avevano elevato Mitić a proprio… mito. Ulbricht espresse un giudizio positivo sulla pellicola, un giudizio che valse come il definitivo nulla osta per la via “tedesca orientale” all’eurowestern.
Nel 1967 uscì Chingachgook, die große Schlange, di Richard Groschopp, tratto dal romanzo Wildtöter di James Fenimore Cooper. La prima si tenne il giorno 25 giugno in un grande teatro di Rostock, alla presenza del neo-divo Gojko Mitić, il capo indiano idolatrato da grandi e piccini. Come Die Söhne der Großen Bärin, il film era sstato girato in parte a Babelsberg, presso Potsdam, la Cinecittà della Repubblica Democratica, in parte in Jugoslavia e in altri Paesi del blocco sovietico, come la Bulgaria e la Cecoslovacchia. In alcuni casi, le riprese degli Indianerfilme saranno effettuate anche in luoghi lontanissimi e desolati come la Georgia o la Mongolia! Le vicende del film si svolgono nel 1740: un decisivo salto indietro rispetto alla fine dell’800, teatro temporale della massima parte dei western. Mentre Francia e Inghilterra combattono per questioni coloniali, ci si concentra sulle peripezie di una tribù di indiani Delaware, decisi a conservare intatta la loro dignità e la loro indipendenza. Il romanziere americano Cooper era diventato un classico tra i giovani della DDR a partire dagli anni ’50. Oltre a Wildtöter, libri come Der letzte Mohikaner (L’ultimo dei mohicani), Pfadfinder, Die Ansiedler am Susquehanna e Die Prärie ebbero lo stesso impatto positivo dei vecchi “reportage di viaggio” di May, e avevano il vantaggio di non appartenere, come May, alla lista dei libri proibiti. Questo perché, pur essendo americano, il cuore di Cooper batteva per gli indiani, e ne lamentava il genocidio da parte dei suoi antenati. Pur non bissando l’apprezzamento plebiscitario ottenuto dal film di Mach, Chingachgook confermò la voglia di western insita nel pubblico e lo status di beniamino a cui era assurto Gojko Mitić, nel ruolo del titolo.
Un anno dopo uscì Spur des Falken, di Gottfried Kolditz, di nuovo con Mitić stavolta nei panni di un capo indiano Dakota. Il 1969 fu invece il turno di Weiße Wölfe, nel 1970 uscì Tödlicher Irrtum e nel 1971 Osceola, tutti diretti da Konrad Petzold, con Mitić sempre coronato di piume e a capo, di volta in volta, di diverse tribù indiane. Ormai pure il western della DDR ragionava in termini seriali, anche se con ritmi produttivi meno forsennati rispetto a quello italiano o spagnolo. Particolare rilievo ebbe Tecumseh (1972), di Hans Kratzert, basato sulla storia di un celebre capo indiano ucciso in battaglia nel 1813 dagli invasori europei. L’attore jugoslavo Mitić vi mantiene saldamente il ruolo principale, in bilico tra storia e mito: un autentico simbolo delle minoranze schiacciate senza pietà dai poteri “occidentali” – anche se, dall’ottica nativa americana, la morte proveniva dalla costa orientale… a suon di carovane e fucili. Grazie a un attento mélange di avventura, romanticismo e dialoghi che lasciavano ben pochi dubbi sulle loro intenzioni politiche, Tecumseh s’impose immediatamente come il sunto di tutta la produzione western della Germania orientale. L’eroe del titolo, con il suo sogno di una grande unione indiana, lotta come un leone contro l’arroganza bellicosa dei cowboy e cade gloriosamente. Va ricordato come la propaganda della DDR mettesse costantemente in guardia i cittadini da un possibile attacco dell’occidente, che prima o poi si sarebbe stancato di osservare con le mani in mano i grandiosi “salti in avanti” e l’invidiabile armonia sociale del blocco socialista. Quel giorno andava sotto il nome di Ora X: l’ora in previsione della quale tutti i cittadini dovevano tenersi pronti a tener testa ai colonizzatori capitanati dagli Stati Uniti. Una lotta degna di Tecumseh, ma il cui esito avrebbe dovuto essere ben diverso!
Fu poi la volta del dittico Apachen – Blutige Rache (1973) e Ulzana (1974), in cui Mitić, oltre a recitare come protagonista, ricoprì anche il ruolo di sceneggiatore. I due film, diretti da Gottfried Kolditz, vennero girati in Romania e Uzbekistan e narrano della sanguinosa vendetta (così recita il sottotitolo) a cui sono costrette alcune tribù di Apache nei pressi del Messico, incastrate da una “tenaglia bianca” ordita da lingue biforcute americane e messicane. Il sugo di pomodoro scorre abbondante e le scene d’azione non mancano in questi due film che denunciano, ancora una volta, la rottura dell’incantesimo costituito dall’indipendenza indiana e dal loro solido sistema di valori. Un isolazionismo messo a repentaglio da uomini rapaci, senza cuore e senza scrupoli. Destinati a vincere, sì – così racconta la storia – ma non moralmente.
La cadenza annuale fece sì che anche il 1975 ebbe il suo film di indiani da consegnare alle folle della Germania Est. Titolo: Blutsbrüder, per la regia di Werner W. Wallroth. Ospite d’onore l’attore americano Dean Reed, noto come der rote Elvis – l’Elvis “rosso” – come recita anche il titolo di un documentario (2007) a lui dedicato. Reed, cantautore oltre che attore, aveva abbandonato giovanissimo gli Stati Uniti per recarsi prima in Sudamerica, poi in Europa – dove girò molti spaghetti western – stabilendosi definitivamente nella Repubblica Democratica Tedesca. La presenza di Reed fece sì che, per la prima volta, Gojko Mitić non ottenesse il ruolo di protagonista assoluto. Reed interpreta Harmonika, un patriota americano che dopo il massacro di Sand Creek ai danni dei Cheyenne decide di passare dalla parte degli indiani e di opporsi con tutte le forse alla crudele armata composta dai suoi connazionali. I “fratelli di sangue” del titolo sono ovviamente Reed e Mitić, e pare di rivedere in scena l’accoppiata classica dei romanzi di Karl May: Winnetou e Old Shatterhand. Grazie alla presenza di un attore “maledetto” come Reed, Blutsbrüder è stato uno degli Indianerfilme più rivisti col passare degli anni, e ancora oggi appartiene alla nicchia privilegiata dei film di culto.
Il crepuscolo dello spaghetti western e la cessazione della serie di Winnetou si fecero sentire anche negli studi della DEFA, che cominciò a rarefare le uscite dei suoi western. Per la prima volta dal 1966, i giovani pionieri tedeschi (versione socialista dei lupetti) dovettero attendere due anni prima di rivedere sul grande schermo il loro idolo jugoslavo. Severino, questo il titolo del film, uscì nel 1977 per la regia di Claus Dobbeke; la sceneggiatura, vergata da Inge Borde, era tratta dall’omonimo romanzo di Eduard Klein. Severino è l’ultimo film di indiani “classico” prodotto nella DDR. Nel 1978 uscì una prima variazione sul tema, Zünd an, es kommt die Feuerwehr, di Rainer Simon. Il titolo significa accendi il fuoco che arrivano i pompieri, e racconta con piglio comico cosa succede in un paesino della Sassonia in cui i pompieri, che vorrebbero avere onore e gloria, sono costretti all’inazione per via della noia imperante e decidono di appiccare loro stessi un bel falò. Il tutto si svolge a cavallo del Novecento, quando Karl May – originario della zona – era ancora vivo. Il film, di fatto, ne parodia la figura e propina un paio di mascherate in stile indiani e cowboy degne di Non toccare la donna bianca (1974) di Marco Ferreri. Trattasi quindi di una prima parodia dell’universo mayano e della società borghese in cui lo scrittore conobbe la fama, quasi una risposta al film-monumento (Karl May, 1974) mediante il quale l’“occidentale” Syberberg aveva “sdoganato” May ricollocandolo nel suo contesto sociale. Risale al 1979 un altro film anomalo: Blauvogel di Ulrich Weiß, tratto dal romanzo di Anna Jürgen. Blauvogel è un incrocio tra Il libro della jungla e Il ragazzo selvaggio (1969) di Truffaut: un bambino britannico di dieci anni (interpretato da Robin Jaeger) viene rapito dagli indiani e cresce nella loro tribù, assorbendone la cultura. Quando ritornerà in seno alla famiglia originaria, il ragazzo, ormai uomo, potrà fare un confronto ragionato tra le due società, e la bilancia propenderà decisamente per la vita dei nativi americani, fedeli alla natura ed estranei a qualsiasi forma di corruzione. È del 1983, infine, l’ultimo Indianerfilm della DDR, realizzato da un autentico dream team: Dshamjangijn Buntar e Konrad Petzold alla regia, ancora Petzold e Kolditz allo script, Gojko Mitić nel ruolo principale. Der Scout è tratto da una storia vera di matrice Sioux. Con questo film, il dodicesimo della serie “ufficiale” degli Indianerfilme, la DEFA seppellì l’ascia di guerra e interruppe il suo viaggio di tribù in tribù, in cerca della via tedesca al socialismo tra gli sguardi orgogliosi e malinconici degli indiani d’America.
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