Kinski. Krimi.

Lo scrittore britannico Edgar Wallace è stata la fonte letteraria più saccheggiata dal cinema tedesco del dopoguerra. Per l’esattezza, da quella branca filmica chiamata krimi, che spazia dal giallo classico al noir e lambisce le sponde di ciò che in Italia va sotto il nome di polizi(ott)esco. Prima che il genere krimi trovasse terreno fertile nella televisione a partire dagli anni ’70, i cinema della Repubblica Federale Tedesca – soprattutto quelli più malfamati, i Bahnhofskinos a ridosso delle stazioni ferroviarie – pullulavano di adattamenti delle decine e decine di romanzi scritti da Richard Horatio Edgar Wallace (1875 – 1932), terzo maestro inglese del crimine in ordine di importanza dopo Conan Doyle e Agatha Christie. Leggende urbane sostengono che Wallace fumasse ottanta sigarette al giorno, bevesse quaranta tazze di tè e fosse solito iniziare e finire un romanzo nell’arco di un fine settimana. Ciò che conta è che Wallace è stato per l’ambito krimi ciò che Karl May ha rappresentato per i film western e d’avventura: l’autore preferito dalle platee tedesche. E non solo.
Tra il 1959 e il 1972 la casa di produzione Rialto sfornò qualcosa come 32 pellicole tratte da romanzi di Wallace. Una vera e propria catena di montaggio di celluloide, con alcune costanti che ne decretarono la longevità e il successo. Prima di tutto le trame: un susseguirsi di colpi di scena, spari nel buio, fantomatici criminali, complotti di famiglia e cadaveri con la faccia sulla scrivania, un azzeccato mélange di strizzate d’occhio molto british a fronte di una produzione smaccatamente made in Germany. Quasi tutti i film erano girati in interni: per creare l’atmosfera londinese bastava un esterno di repertorio, o un’inquadratura molto stretta dell’insegna di Scotland Yard… L’unico vezzo “concettuale” di alcuni film della serie, o forse sarebbe meglio dire una sorta di messaggio promozionale, è la scelta di mostrare il libro da cui è tratta la pellicola. Ad esempio, può capitare che lo stia leggendo un personaggio e che un altro gli chieda: “A che pagina siamo?” Altra caratteristica saliente: i marchi di fabbrica tecnici – la fotografia gotica di Karl Löb, le musiche orecchiabili e molto sixties di Martin Böttcher – e un numero piuttosto ridotto di registi, tra i quali spicca, per prolificità, Alfred Vohrer, autore di ben diciannove film della Rialto. Infine, gli attori. Da un lato, ispettori apparentemente distratti ma destinati a risolvere anche gli intrighi più ingarbugliati (Joachim Fuchsberger e Heinz Drache sono i due poliziotti più gettonati). Dall’altro, il Male. Che invece di essere banale ha la verve e l’indole trasformistica di Eddi Arent (un tripudio di nasi e barbe finte, per tacere delle maschere!), assistente del cattivo di turno, e lui, Kinski, presenza sempre sopra le righe, occhi da psicopatico e un andamento ieratico interrotto da raptus di follia omicida. Kinski appare in diciassette Wallace-Filme. Non è mai il protagonista – anzi: spesso muore a metà film – ma è, ogni volta, il catalizzatore dell’intera pellicola. L’attore dichiarò più volte di avere interpretato questi krimi in assenza di proposte migliori, e ne ha sempre disprezzato la resa finale. Dopo il ruolo in Per qualche dollaro in più (1965), Kinski lavorò in Italia sempre più spesso, e dal 1970 abbandonò del tutto l’universo di Wallace, per buttarsi anima e corpo nella selva italiana dei generi… e nei film di Werner Herzog, come Aguirre (1972) o Nosferatu (1979).
Il primo film Wallace-Kinski è Il vendicatore misterioso (1960) di Karl Anton, ambientato in un castello inglese dove si stanno svolgendo le riprese di un film. Ovviamente ci scappa il morto – decapitato! – e Scotland Yard ci mette il naso. Kinski interpreta il drammaturgo Lorenz Voss, e deve vedersela con l’ispettore interpretato da Heinz Drache. Il film, terzo della serie targata Rialto, è tratto dal romanzo The Avenger (1926). Nel 1961 Kinski compare in due gialli londinesi: Gli occhi di Londra di Alfred Vohrer e Das Geheimnis des gelben Narzissen di Akos von Rathony. Gli occhi di Londra, incentrato su una catena di inspiegabili delitti, è stato il terzo miglior successo al botteghino della serie. A indagare troviamo Joachim Fuchsberger, mentre fa la sua entrée il Kriminalassistent Eddi Arent. A dispetto del titolo, Kinski recita quasi sempre in occhiali da sole e non fa brillare i suoi occhi da solito sospetto. Limitatamente al secondo film, mai distribuito in Italia, va segnalato Christopher Lee nei panni di un losco figuro cinese. Il mistero del narciso giallo va ricordato anche come la prima co-produzione anglo-tedesca dal 1929. Come tutte le co-produzione wallaceiane, il film uscì in due versioni sensibilmente diverse. Un altro film mai arrivato in Italia è Die seltsame Gräfin (letteralmente, La strana contessa) di Josef von Baky, del 1962, da alcune fonti citato come il migliore dell’intera serie. Kinski veste i panni dello psicopatico Stuart Bresset nell’adattamento del romanzo The Strange Countess (1925).
Il 1962 fu un’annata campale. Quell’anno uscì anche L’enigma dell’orchidea rossa di Helmuth Ashley, in cui Kinski è “Steve il bello”, gangster nativo di Chicago. Nel cast troviamo anche il sempre inquietante Christopher Lee. Le altre due uscite del ’62 sono La porta dalle sette chiavi e La taverna dello squalo, entrambi di Alfred Vohrer. Particolarmente bizzarro il secondo, che vede Kinski nel ruolo del russo Gregor Gubanow (ma lui era abituato a identità “esotiche”), mentre la catena di delitti ha come filo rosso un assassino-sommozzatore che ammazza a colpi di fiocina. Tre i film del 1963: Edgar Wallace a Scotland Yard di Alfred Vohrer (il titolo è un completo nonsense), Edgar Wallace e l’abate nero di Franz-Joseph Gottlieb (idem) e Il laccio rosso dell’ormai espertissimo Vohrer. Nel 1964 uscirono La tomba insanguinata di Gottlieb e Grande rapina alla Torre di Londra del maestro del brivido Freddie Francis, che diede a Kinski il suo primo ruolo di spicco, quello di Kane, complice del supervillain Trayne. Questa la trama: fingendosi un distinto uomo d’affari, il ladro provetto Trayne ha preso un ufficio con le finestre proprio dinanzi alla Torre di Londra, luogo in cui sono notoriamente custoditi i gioielli della corona. All’interno del sua sede Trayne ha disposto alcuni macchinari che gli consentono di seguire movimenti e spostamenti delle guardie addette alla sorveglianza. La sua intenzione è di riuscire a rubare i gioielli penetrando nella torre attraverso uno scambio di persona, perciò aiuta ad evadere un detenuto che ha una forte somiglianza con il capo delle guardie, cioè dire Kane-Kinski… Un altro grande ruolo è quello di Edwards, il maggiordomo che suona l’arpa in Neues vom Hexer (1965) di Vohrer, spassosissima vicenda di spari registrati col magnetofono, fughe in montacarichi e maschere di gomma. Il Blake Edwards della Pantera Rosa rivelerà in più di un’occasione un certo debito con i ritmi indiavolati e lo spirito ludico di questo film. L’Hexer del titolo, inoltre, è uno dei personaggi più fortunati usciti dalla penna di Wallace. In italiano è stato sempre tradotto con “il mago”.
Le ultime quattro pellicole tratte da Edgar Wallace a cui Kinski diede il proprio contributo sono Il lungo coltello di Londra (1966) di John Moxey, Die Pagode zum fünften Schrecken (1966) di Joachim Linden, L’artiglio blu (1967) di Vohrer – primo film in cui il suo personaggio non muore – e A doppia faccia (1969), co-produzione italo-tedesca diretta da John Hampton alias Riccardo Freda, genio del “cappa e spada”. Kinski vi interpreta il protagonista John Alexander, che fa fuori la moglie per riscuotere l’eredità. Segue la trama dell’Artiglio blu, ultimo vero gioiello della serie cinematografica della Rialto Film: Dave (Kinski), uno dei figli del ricco Lord Emerson, viene arrestato per l’omicidio del giardiniere di famiglia e internato in un manicomio criminale dopo che la perizia psichiatrica svolta dal dottor Mangrove lo ha dichiarato insano di mente. Con l’aiuto di uno sconosciuto, Dave evade e si rifugia nell’antico castello degli Emerson. Scotland Yard arriva immediatamente al suo nascondiglio, ma il fuggiasco riesce a depistarli spacciandosi per Richard, il suo fratello gemello scomparso nel nulla. L’ispettore Craig riesce in poco tempo a scoprire il trucco ma, convinto dell’innocenza di Dave, non rivela a nessuno la sua vera identità e continua a indagare. Nel frattempo altri due figli di Lord Emerson muoiono in circostanze misteriose… Gli ingredienti, com’è evidente, si ripetono sempre uguali a se stessi, in un mix di gotico e giallo puro teso a intrattenere e a creare la suspence di rito. Va detto, inoltre, che in nessuno dei film prodotti dalla Rialto vi sono dettagli “gore” o concessioni all’horror sanguinolento. Visti oggi, i krimi Wallace-Kinski hanno tutto il sapore degli anni ’60, con le loro colonne sonore da fumetto e un’estetica degna del Diabolik delle sorelle Giussani.
Chiusa la parentesi-Wallace, Klaus Kinski visse un decennio ’70 all’insegno della versatilità e dello stacanovismo. Nel 1970 lo troviamo nella Belva di Mario Costa, primo spaghetti western incentrato su un serial killer, nel 1971 nell’Occhio del ragno di Roberto Bianchi Montero, giallo all’italiana che già prefigura la stagione del poliziottesco… via via da un set all’altro, senza sosta e senza apparente soluzione di continuità anche nella recitazione, visto che l’attore aveva capito che il pubblico non voleva il personaggio, ma voleva lui, con il suo sguardo capace di cagliare il latte e l’aspetto di un Gesù Cristo uscito dalla grazia del Signore. Il paragone cristologico non è azzardato, se si pensa al testo teatrale – o meglio: all’improvvisazione scenica – che Kinski tentò invano di trasformare in un tour nella sua nativa Germania: Jesus Christus Erlöser, Gesù Cristo Redentore. Una performance furibonda, zeppa di invettive da moderno Savonarola, che nel 2008 è stata recuperata da Peter Geyer e trasformata in un documentario prezioso quanto quel Mein liebster Feind (1999) realizzato da Werner Herzog, l’unico regista che ha saputo arginare l’energia distruttiva di Kinski, centellinandola in pellicole entrate di diritto nella storia “alta” del cinema. Come il Woyzeck del 1978 tratto da Büchner, in cui, che ci si creda o meno, Kinski mantiene un profilo decisamente basso… nonostante uccida la moglie.
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